di Giorgio il Genovese 28/6/2026
La crisi del Novecento è stata un misto di crisi materiale e crisi simbolica. La guerra, la crisi economica, l’inflazione, la disoccupazione e il peggioramento delle condizioni di vita hanno prodotto una precarietà difficilmente sopportabile, soprattutto perché si è unita al peso psicologico delle società industriali moderne.
Nelle società tradizionali, il modo principale per sopportare le crisi era la coesione. La sofferenza non veniva vissuta soltanto come esperienza individuale, ma come patire collettivo. Il dolore condiviso faceva sentire l’uomo parte di un tutto più grande. Una comunità che attraversava una crisi insieme poteva uscirne più coesa, più dura e più sicura delle proprie capacità. Vedere i propri problemi personali da un punto di vista più ampio rassicura, perché li rende relativamente più piccoli e li inserisce in una storia comune.
La società industriale, però, ha smontato molte delle strutture psicologiche che permettevano agli uomini di resistere alle crisi. Non ha eliminato completamente la cooperazione, ma l’ha resa più impersonale. Il rapporto non è più soltanto tra uomo e uomo, famiglia e famiglia, villaggio e villaggio, ma sempre più tra uomo e organizzazione: fabbrica, Stato, mercato, burocrazia, partito, esercito, azienda. Questo rende le persone più sole. Anche la necessità concreta di stare insieme, di aiutarsi e di cooperare per sopravvivere diventa meno immediata, perché viene sostituita dallo scambio con strutture più grandi e impersonali.
Quando cadono gli incentivi naturali alla compagnia e alla cooperazione, l’uomo rischia di scendere verso ciò che è più facile nell’immediato, non verso ciò che è meglio. In questo senso, le comunità umane, per sopravvivere alle crisi, avevano sviluppato nel tempo sistemi di difesa psicologica: riti, coesione, mutuo aiuto, narrazioni comuni, forme di disciplina collettiva. Questi strumenti impedivano alla sofferenza di trasformarsi in follia collettiva. Quando tali strumenti si indeboliscono, la crisi non viene più assorbita dal gruppo, ma ricade sul singolo individuo.
Il risultato è una combinazione pericolosa: crisi materiale, perdita delle sicurezze, sofferenza diffusa e incapacità di trasformare questa sofferenza in esperienza collettiva. Ogni individuo si sente allora costretto ad affrontare da solo un peso troppo grande. Non riesce davvero a superarlo, ma deve conviverci. Per riuscire a vivere dentro questa pressione, sviluppa sistemi mentali che gli permettono di sopportare il caos senza risolverlo. Questo può portare a una vita sempre più mentale, sempre più scollegata dalla realtà, perché la realtà esterna diventa troppo pesante da affrontare direttamente.
In questa situazione, la libertà diventa difficile. La libertà non è semplicemente naturale: è frutto di certe convinzioni, di una certa dignità e di una certa fierezza. L’uomo libero è colui che afferma di essere capace di rispondere di sé e della società che abita. Non vuole che qualcun altro prenda decisioni al suo posto, perché sa che il potere può diventare irresponsabile e arbitrario quando è troppo distante dalla realtà concreta.
Più si è lontani da qualcosa in una gerarchia decisionale, più è difficile vederla davvero. Più aumentano i passaggi tra chi vive un problema e chi decide, più aumentano anche i filtri, i bias, gli interessi e le deformazioni. La libertà, quindi, non è solo un valore astratto: è anche una difesa contro l’arbitrio di un potere lontano, che rischia di non vedere più la realtà che pretende di governare.
Ma la libertà va difesa non solo dalle minacce esterne. Va difesa anche dalla propria paura. Quando l’uomo ha paura, può diventare disposto a cedere la propria responsabilità, che è tanto potente quanto pericolosa, in cambio di una schiavitù tranquilla. Non cerca necessariamente la schiavitù in quanto tale; cerca sollievo, ordine, sicurezza, qualcuno che decida al posto suo. È in questo spazio psicologico che il totalitarismo diventa seducente.
L’uomo, inoltre, ha bisogno di trascendenza, cioè di qualcosa più grande di sé. L’essere umano è limitato, fragile e mortale. Ciò che gli permette di sopportare questa limitatezza è il tentativo di orientarsi verso qualcosa che lo superi: Dio, la patria, la famiglia, una comunità, un’opera, un ideale, una missione. L’uomo migliora cercando di imitare qualcosa di più grande. Accetta di essere piccolo, ma cerca comunque di restare a schiena dritta davanti a questa piccolezza.
Un obiettivo più grande di sé serve anche a sopportare la sofferenza. L’uomo può dire: sopporto le difficoltà della vita perché esiste qualcosa che non posso abbandonare, qualcosa che considero più importante della mia comodità e forse persino della mia vita. Tuttavia, questo bisogno deve avere misura. Ciò che è più grande di noi deve aiutarci a vivere, non annullarci. Deve nobilitare l’individuo, non trasformarlo in materiale sacrificabile. Deve essere importante come noi stessi, non diventare un idolo che divora completamente la persona.
Il totalitarismo nasce proprio deformando questo bisogno legittimo. Offre all’uomo qualcosa di più grande di sé: la nazione, la razza, la classe, il partito, il capo, la rivoluzione, l’impero, il destino storico. Ma invece di elevare l’individuo, gli chiede di sparire dentro il tutto. Invece di aiutarlo a sopportare la sofferenza, usa la sua sofferenza come carburante politico. Invece di dargli una vera trascendenza, gli offre una trascendenza malata, fondata sull’obbedienza e sull’autoannullamento.
Un elemento fondamentale di questo processo è la creazione del nemico. Il mondo è complesso: le crisi avvengono per cause molteplici, spesso fuori dalla piena portata delle persone e persino delle società. Inoltre, il fallimento è quasi sempre in parte responsabilità di tutti: delle istituzioni, delle élite, delle masse, delle abitudini collettive, delle illusioni condivise. Ma accettare una colpa diffusa è difficile, perché obbliga una società a guardare dentro se stessa.
È molto più semplice trovare una faccia a cui attribuire la colpa di tutti. Il nemico funziona come perdono collettivo e come semplificazione visiva. Permette alla società di dire: il male non è in noi, è lì. Il caos non è il risultato di una storia complessa, ma dell’azione di un colpevole riconoscibile. Questo rende più facile unire le persone, perché è più semplice costruire coesione contro un cattivo visibile che attorno a una critica dolorosa di se stessi.
Questo meccanismo è esistito in tutte le epoche. Prima si potevano attribuire guerre, malattie o disgrazie a spiriti, demoni, maledizioni o forze oscure. Oggi lo stesso bisogno ritorna nei complotti, che inventano gruppi misteriosi a cui attribuire guerre, pandemie, crisi economiche e decadenza sociale. Cambiano i nomi, ma resta il bisogno psicologico: rendere il caos comprensibile dandogli un volto.
Gli estremismi del Novecento hanno sfruttato tutto questo. Hanno preso società traumatizzate dalla guerra, dalla crisi economica, dalla solitudine industriale e dalla perdita di simboli condivisi, e hanno offerto loro una nuova totalità: appartenenza, ordine, nemico, missione e trascendenza. Hanno dato all’uomo la sensazione di non essere più solo davanti al caos. Ma il prezzo era la rinuncia alla libertà, alla responsabilità e alla coscienza individuale.
Per questo il totalitarismo può essere visto come la risposta sbagliata a un bisogno reale. Il bisogno reale è quello di coesione, senso, protezione, trascendenza e strumenti psicologici per sopportare la crisi. La risposta sbagliata è trasformare tutto questo in obbedienza cieca, culto del capo, odio del nemico e annullamento dell’individuo.
Una società libera sopravvive alle crisi solo se riesce a offrire insieme libertà e coesione, responsabilità e appartenenza, lucidità e trascendenza. Se offre solo libertà senza sostegno, l’uomo può sentirsi abbandonato. Se offre solo coesione senza libertà, può cadere nel totalitarismo. Il vero problema, quindi, non è soltanto evitare il caos, ma imparare a sopportarlo senza consegnarsi a un padrone.




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