Il Monte Amiata è un complesso residenziale situato a ovest di Milano, fu progettato da Carlo Aymonino e Aldo Rossi e realizzato tra il 1967 e il 1973. Questo complesso si inserisce nel contesto di espansione della città di Milano verso ovest e nord-ovest nel secondo dopoguerra, avviato con il QT8 di Piero Bottoni e continuato con il quartiere Gallaratese, all’interno del quale si andrà poi a inserire il Monte Amiata.
Il quartiere Gallaratese
Nel 1956 fu completato il progetto di Piero Bottoni per il quartiere Gallaratese, che prevedeva una capacità di 80.000 abitanti su un’area di 275 ettari. Tuttavia, nel 1957 il Comune scelse di realizzare il quartiere secondo il progetto del C.E.P., al quale parteciparono 64 architetti, tra cui Vico Magistretti.
Negli anni Sessanta il Gallaratese venne quindi sviluppato come ampliamento del QT8, seguendo un progetto caratterizzato da grandi isolati aperti immersi nel verde. Il nuovo progetto fu articolato attraverso cinque microquartieri, strutturati in grandi isolati aperti e composti prevalentemente da edifici a blocco con tetto a capanna, di altezza compresa tra i tre e gli otto piani. I balconi sono generalmente rivolti verso l’interno dell’isolato, mentre le facciate esterne si presentano più spoglie, a imitazione dei tradizionali isolati milanesi.
La circolazione carrabile è concentrata su poche strade disposte lungo il perimetro dei microquartieri, all’interno dei quali si trovano giardini e servizi, quali scuole e parcheggi, articolati prevalentemente in corpi bassi di uno o due piani.
Nel progetto fu inoltre disegnato un sistema di parchi che corre ai margini dei grandi isolati e separa i due quartieri, collegando il parco del Monte Stella di Piero Bottoni a quello che sarebbe successivamente diventato il grande sistema di parchi periurbani occidentali, comprendente il Parco di Trenno, il Bosco in Città e il Parco delle Cave. A sud il progetto dovette invece confrontarsi con il vecchio centro rurale di Trenno, oggi quartiere di Milano.
Buona parte del quartiere fu realizzata negli anni successivi, ma alcuni settori non vennero completati. Tra questi vi fu un lotto nel tratto centrale del sistema dei parchi, rimasto incompiuto. Al suo posto venne realizzato nel 1988 il Centro Commerciale Bonola, il primo della città di Milano.
Anche un altro lotto di parco più a ovest, nei pressi dell’attuale fermata M1 San Leonardo, rimase incompiuto. Qui trovarono posto un parcheggio, il parcheggio San Leonardo, occasionalmente sede di mercato, un edificio della Procura e alcuni campi da calcio.
Un’altra area rimasta incompiuta fu quella di proprietà della società mineraria Monte Amiata, nel settore sud-occidentale del quartiere, che possedeva 120.912 m² di terreno.

QT8 da Google Earth nel 2025.

Il quartiere Gallaratese a Maggio 2024

La convenzione con la società Monte Amiata
Nel 1964 il Comune, anziché procedere all’esproprio dei terreni privati, giunse a un compromesso che prevedeva la cessione di 25.000 m² per opere di urbanizzazione primaria, come strade e parcheggi, e di 43.150 m² per edificazioni di pubblico interesse. Sulla proprietà residua la società poteva invece realizzare 169.000 m³ di volume residenziale, da destinare a residenze economiche o popolari facenti parte del PEEP, il Piano per l’Edilizia Economica e Popolare, senza però stabilire a priori con quali modalità.
Questa indeterminatezza avrebbe portato a un mancato adempimento delle premesse iniziali, sfruttando l’assenza di vincoli normativi chiari e coercitivi.
Tra le possibilità previste vi era la successiva vendita del complesso al Comune, affinché questo potesse rivendere o affittare gli appartamenti a prezzi economici, oppure la vendita diretta degli appartamenti da parte della società Monte Amiata a prezzi calmierati, rimanendo all’interno dei criteri imposti dal PEEP, che tuttavia erano ancora poco stringenti.
L’appartenenza al PEEP, infatti, prima del 1971 non imponeva vincoli particolarmente rigidi e dettava prevalentemente norme indicative e non cogenti, finalizzate alla riduzione del prezzo fondiario. Soltanto con la legge n. 865 del 1971 sarebbero stati stabiliti vincoli precisi relativi al prezzo degli immobili inseriti nel programma PEEP.
La società Monte Amiata approfittò delle lacune normative per massimizzare il prezzo degli immobili attraverso un progetto complesso e scarsamente economico. Ciò rese il complesso troppo costoso per essere acquistato dal Comune e, di fatto, vendibile soltanto come abitazione “di lusso”, accessibile prevalentemente alle fasce medio-alte della popolazione, pur rimanendo all’interno di un lotto destinato al PEEP. Questa situazione avrebbe successivamente contribuito a scatenare le proteste.
Fu inoltre effettuato un calcolo degli abitanti basato su una stima eccessiva, che non rispecchiava realisticamente la capacità degli appartamenti. In questo modo si otteneva formalmente una densità di 70 m³ per abitante, facendo apparire il progetto economicamente conveniente e accessibile anche alle famiglie a basso reddito. Le distorsioni risultavano particolarmente evidenti negli edifici progettati da Aymonino.
Furono infatti calcolati 2.400 abitanti distribuiti in 444 appartamenti, equivalenti al discutibile valore medio di 5,4 abitanti per appartamento.
Per avvicinarsi maggiormente a questo numero furono inseriti numerosi appartamenti di grandi dimensioni. Se, da un lato, questi potevano teoricamente ospitare un elevato numero di persone, dall’altro comportavano prezzi di vendita per abitante piuttosto elevati, poiché difficilmente sarebbero esistite famiglie tanto numerose da occupare integralmente gli alloggi. Questi ultimi si prestavano maggiormente a vedere una parte dei propri locali utilizzata come spazio accessorio, ad esempio come studio, sala libreria o altro. La capacità insediativa reale risultava pertanto più vicina ai 1.200 abitanti che ai 2.400 previsti, corrispondenti a circa 140 m³ per persona.
Nel 1973 a lavori quasi ultimati le avanguardie operaie indignate per la realizzazione di alloggi eccessivamente costosi in un contesto Milanese che richiedeva urgentemente case accessibili a tutta la popolazione eseguirono un occupazione del complesso durata circa un anno.
A seguito dell’occupazione furono furono per i primi anni di vendite attuate convenzioni economiche che prevedevano l’obbligo di acquistare un appartamento nel complesso come unica casa a Milano e alcune agevolazioni per chi proveniva da case popolari.
Fu inoltre interrotta la realizzazione di alcuni elementi di pregio per contenere i costi degli alloggi quali la piscina condominiale a cui se ne sarebbe affiancata una comunale.
Il rapporto con il Gallaratese
I due architetti ignorarono quasi completamente il circostante quartiere Gallaratese, forse anche per il disprezzo nei confronti di un progetto eseguito da architetti considerati “anonimi”, a scapito di quello precedentemente proposto da Bottoni, professionalmente e ideologicamente legato a Carlo Aymonino e Aldo Rossi.
La mancata realizzazione del progetto di Bottoni per il Gallaratese costò cara al quartiere, che si trovò spesso denigrato dalla critica successiva, pesantemente influenzata dallo stesso Bottoni, nonostante rappresenti oggettivamente uno dei quartieri residenziali pianificati meglio riusciti, alla pari del QT8 o forse addirittura superiore, se si considera il minore costo di realizzazione.
Va infatti riconosciuto al quartiere il merito di essere stato realizzato con poche risorse come quartiere popolare, per poi assistere a una graduale valorizzazione del proprio patrimonio edilizio e dei propri spazi, caratterizzati dall’abbondanza di verde. Ciò lo rende attualmente uno dei quartieri più sicuri e stabili della città di Milano, mentre molti altri quartieri periferici sono andati incontro a destini diversi.
Al progetto del Gallaratese, a differenza del complesso residenziale Monte Amiata, va inoltre riconosciuta una notevole facilità di manutenzione degli spazi e degli edifici, che consente al quartiere di apparire più curato della media milanese grazie alla buona progettazione iniziale. Anche le case popolari realizzate, nonostante molti edifici siano andati incontro a cambiamenti estetici in seguito alla loro privatizzazione, soprattutto nel settore sud-est, presentano una buona qualità dei materiali, che hanno reagito molto bene all’usura del tempo.
Tuttavia, ciò non salvò il progetto dall’influenza critica di Piero Bottoni, consolidata da Carlo Aymonino e Aldo Rossi, che finì per farlo dimenticare in larga misura dalla comunità degli architetti. Oggi, infatti, con il termine “Gallaratese”, soprattutto nei contesti culturalmente più elevati, si fa spesso riferimento al complesso Monte Amiata anziché al quartiere adiacente; in altri contesti, invece, il termine viene utilizzato per indicare soprattutto la fascia settentrionale del quartiere adiacente a via Gallarate, nei dintorni di via Appennini.
Il progetto del Monte Amiata
Il progetto del complesso, affidato agli architetti Carlo Aymonino e Aldo Rossi, era concepito come un centro urbano per il quartiere aperto, ispirato al Foro di Traiano a Roma, e prevedeva servizi collettivi quali uffici, negozi, una scuola, una piscina pubblica e una condominiale.
La maggior parte del complesso fu progettata da Carlo Aymonino, architetto e urbanista noto fino ad allora prevalentemente per il contributo teorico apportato a queste discipline.
Aymonino progettò due edifici di sette piani e uno di sei, caratterizzati da una grande varietà tipologica e da una notevole complessità compositiva: ampie superfici terrazzate, appartamenti a doppia altezza, grandi pareti in vetrocemento, sistemi di distribuzione aperti con ballatoi o terrazzi comuni e scale di accesso elicoidali.
Nei due edifici di sette piani, al secondo, terzo e quarto piano, sono presenti appartamenti a doppia altezza con superfici superiori ai 150 m², che in alcune tipologie richiamano quelli dell’Unité d’Habitation. Al primo e al secondo piano si trovano tipologie miste, alternate a servizi, mentre al quinto e al sesto prevalgono appartamenti su un unico livello, comunque piuttosto estesi, con superfici mediamente comprese tra 120 e 160 m².
Al settimo piano sono invece generalmente presenti bilocali a doppia altezza, estesi su una notevole superficie di circa 90 m². Gli ascensori saltano alcuni piani nei quali non sono presenti accessi agli alloggi, proprio a causa della presenza degli appartamenti a doppia altezza.
In alcuni settori dei piani terra, primo e secondo sono presenti grandi corridoi, larghi tra i tre e i sei metri, che attraversano longitudinalmente parti degli edifici e sono dominati dalle superfici in vetrocemento e dall’intonaco bianco.
Al terzo piano si trova invece un corridoio di distribuzione centrale più stretto, che attraversa l’intero edificio e attorno al quale si sviluppano gli appartamenti a doppia altezza dei piani secondo, terzo e quarto. Al quarto piano generalmente non sono presenti elementi comuni di accesso agli alloggi, poiché vi si trovano i livelli superiori degli appartamenti a doppia altezza, il cui accesso è collocato al terzo piano.
Al quinto piano è presente, in entrambi gli edifici, un ampio ballatoio-terrazzo, mentre al sesto e al settimo piano si trovano piccoli ballatoi-terrazzo disposti in punti alternati, in funzione della distribuzione degli appartamenti a doppia altezza.
Degna di nota è la presenza di ballatoi che, a seconda dei punti, possono essere a cielo aperto oppure chiusi da una parete laterale in vetrocemento. Quest’ultima crea un effetto serra che consente la coltivazione di piante subtropicali e mediterranee.
Altri piccoli ballatoi-serra si trovano in punti sparsi degli edifici di Aymonino; alcuni sono dotati di aperture nel tetto attraverso le quali fuoriescono alberi in vaso alti fino a otto metri.
L’edificio di sei piani è invece caratterizzato da una struttura simile, con la differenza che i primi due o tre piani sono occupati da un grande porticato colorato di rosso, giallo e blu. Il porticato occupa l’intero edificio al piano terra, mentre ai livelli superiori contiene gli accessi ad alcuni appartamenti, raggiungibili attraverso percorsi sopraelevati.
A questi tre edifici si affiancano tre corpi cilindrici, un corpo basso di un piano a destinazione residenziale affiancato da un altro destinato ai servizi e due elementi a un solo piano con appartamenti organizzati attorno a una corte quadrata centrale, a imitazione della domus romana, adiacenti agli edifici di sette piani e accessibili tramite i corritori longitudinali.
Ai tre edifici di Carlo Aymonino si affianca inoltre un lungo edificio di tre piani progettato da Aldo Rossi, caratterizzato dalla presenza di un portico a doppia altezza che occupa il primo e il secondo livello. Nei due piani superiori sono presenti appartamenti su un unico livello, caratterizzati da modularità e da un’elevata flessibilità di utilizzo, con soluzioni quali la possibilità di decidere se mantenere le logge come spazi aperti oppure inglobarle nella superficie coperta dell’appartamento.
Gli spazi comuni e i loro usi successivi
Il complesso è organizzato attorno a grandi piazzali multifunzionali estesi su un totale di 10000 mc, tra cui quello dell’anfiteatro. I tre edifici di Aymonino si distinguono per la complessità volumetrica e per la varietà tipologica degli alloggi, spesso a doppia altezza e caratterizzati da ampie superfici vetrate, terrazzi e pareti in vetrocemento. A questi si affianca il lungo e basso edificio di Aldo Rossi, caratterizzato da un linguaggio più semplice e regolare.
Il complesso è incorpora inoltre circa 25000 mc di aree verdi permeabili distribuite in un parco principale ed aree verdi perimetrali dominate da grandi cedri: ne veniva piantato uno per ogni nuovo nato.
Gli spazi Pubblici comprendono anche circa 2000 mc di portici sviluppati sotto gli edifici di Aymonino e Aldo Rossi
Il progetto, tuttavia, non ha mai funzionato pienamente come centro urbano e si è progressivamente trasformato in un complesso residenziale recintato, anche a causa della bassa densità del tessuto urbano circostante.
Oggi i grandi piazzali sono solitamente vuoti, eccetto quando vengono utilizzati come set per riprese pubblicitarie e musicali. Qui sono stati realizzati, tra gli altri, spot per Audi, Iliad e Gucci, oltre a video musicali di Annalisa e dei Casino Royale.
Immagini
Il fronte meridionale del Monte Amiata visto dal parco agricolo sud

Portici dell’edificio di 6 piani realizzato da Carlo Aymonino

Il fronte meridionale del Monte Amiata visto dal parco agricolo sud, sono visibili i 2 edifici da 7 piani di Aymonino

I 2 edifici di Aymonino da 7 piani (a sinistra) e da 6 piani (a destra) visti dal terzo edificio.

La fascia verde perimetrale che circondano il complesso


L’edificio da 6 piani di Aymonino visto da uno dei piazzali centrali

Dettagli di un edificio di Aymonino

Corridoio al primo piano di un edificio di Carlo Aymonino

La passerella di collegamento tra i 2 edifici di Carlo Aymonino da 7 piani

Veduta del piazzale contenente il teatro

Portici di Aymonino

Parco condominiale

Il fronte sud del complesso visto da via Francesco Cilea

Il fronte meridionale visto dal parco agricolo sud


Il palazzo di Aldo Rossi


Portici di Carlo Aymonino

Fronte ovest del Monte Amiata

Portici di Aymonino

Fronte est

Spigolo conclusivo di un edificio di Carlo Aymonino






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